Ansia e Rabbia

Considerazioni sull’origine della rabbia riprese dalla teoria dell’attaccamento materno di Bowlby.
Novembre 2006 Alessandro Geloso Counsellor ad indirizzo Analitico Transazionale.

Bowlby evidenzia gli istinti che si cristallizzano in atteggiamenti sociali, Berne evidenzia invece i copioni che sono fondati da spinte emotive, ma in entrambi i casi tutto ruota intorno al bisogno di carezze e al modo di procurarsele. Nell’osservazione di casi di abbandono di bambini, sembra esistere una correlazione fra la rabbia e ansia che si esplica attraverso una parabola discendente che passa attraverso 4 stadi, Rabbia, Collera, Angoscia, Ansia. È interessante notare come la teoria dell’attaccamento possa dare delle buone spiegazioni delle paure profonde che animano i copioni. La rabbia nei bambini: esempi e casistiche Bowlby nella sua opera Attaccamento e Perdita (Bowlby 1980) mostra ampiamente mediante esempi, ricerche ed esperimenti, come la rabbia sia una reazione istintiva alla separazione, un istinto naturale fortemente legato alla sopravvivenza della specie; ne mostreremo in questo capitolo alcuni esempi cercando di darne una ampia e diversificata fenomenologia. Heinicke e Westheimer (Heinicke C. e Westheimer I. 1966) effettuarono ricerche sistematiche su dieci bambini che avevano da tredici a trentadue mesi, durante e dopo un soggiorno di due o più settimane in un nido d’infanzia residenziale in Inghilterra. Quando i bambini che avevano subito quella separazione vennero confrontati con un gruppo di bambini che erano rimasti nelle loro famiglie, risultò evidente nei primi la maggiore tendenza a reagire aggressivamente. Per esempio, durante il loro soggiorno nel nido d’infanzia, almeno due volte, con un intervallo di otto giorni, è stato somministrato ai bambini separati un gioco con la bambola; lo stesso gioco venne somministrato a casa, con lo stesso intervallo, ai bambini del gruppo di confronto. Entrambe le volte gli episodi di comportamento ostile durante il gioco con la bambola si verificarono nei bambini separati con frequenza quadrupla rispetto ai bambini che vivevano in famiglia. Gli oggetti attaccati erano perlopiù le bambole-genitori. Dei bambini separati, otto attaccarono una bambola che era stata già identificata dal bambino stesso come bambola-madre o bambola-padre; nessuno dei bambini che vivevano in famiglia fece altrettanto. Sei settimane dopo che i bambini separati avevano fatto ritorno a casa, e dopo un periodo equivalente per i bambini non separati, si somministrò ancora il gioco con la bambola; il tutto fu ripetuto dieci settimane più tardi. Nessuna delle due volte, però, si trovarono differenze di ostilità tra i bambini dei due gruppi; la ragione è che sei settimane e più dopo il ricongiungimento i bambini che erano stati separati non erano più particolarmente aggressivi nel loro gioco. Durante il periodo che va dalla seconda alla ventesima settimana dopo il ricongiungimento, sei dei dieci bambini separati si comportavano verso le loro madri con un’intensità di ambivalenza che non venne riferita per nessuno dei bambini che erano rimasti in famiglia.
Un altro esempio di atteggiamento rabbioso è descritto da Robertson (Robertson 1962) nel caso di Laura, una bambina di due anni e quattro mesi che egli aveva filmato durante un soggiorno di otto giorni in ospedale per un’operazione di poco conto. Alcuni mesi dopo il ritorno di Laura a casa, Robertson stava mostrando una prima versione della pellicola su Laura ai suoi genitori perché facessero i loro commenti, mentre Laura – così si pensava – era a letto. Non si sa come, Laura invece si svegliò, si trascinò carponi nella stanza, e assistette alle ultime fasi della proiezione, quelle in cui la si vedeva il giorno del ritorno dall’ospedale, prima disorientata mentre chiamava la mamma, poi, quando si tiravano fuori le sue scarpine, felice all’idea di ritornare a casa, e infine mentre insieme alla mamma lasciava l’ospedale. Terminata la proiezione, quando vennero accese le luci, Laura si scostò dalla madre e si fece prendere in braccio dal padre. Poi, guardando con aria di rimprovero la madre, le chiese: «Dov’eri tu, mamma? Tu dov’eri?» Analogamente, la Wolfenstein (Wolfenstein 1957), nella sua ricerca sul modo di reagire alle catastrofi, riferisce di una bimba che durante un tornado era rimasta separata dal padre e che, quando poi si ritrovò con lui, lo colpì irosamente rimproverandolo di essere stato lontano da lei. Bowlby è convinto che “queste due bimbette sembravano entrambe agire in base alla convinzione che i genitori non devono essere assenti quando il figlio ha paura e ha bisogno di loro, e in base alla speranza che rammentandoglielo energicamente si potesse essere certi che in seguito non sarebbero più incorsi in tale mancanza”. Vi sono altri casi in cui la collera del bambino è quella della disperazione. Sembra provarlo anche il caso di Reggie (Burlingham, Freud 1942), affidato alle cure delle Hampstead Nurseries, a due anni e mezzo aveva già avuto numerose figure materne. Due mesi dopo, l’infermiera a cui si era attaccato se ne andò per sposarsi. Reggie non soltanto era «sperduto e disperato» dopo la partenza di lei, ma si rifiutò di guardarla quando venne a trovarlo quindici giorni dopo. La sera, quando se n’era andata, lo si sentì osservare: «La mia Mary Ann! Ma io non le voglio bene.» Nel caso di Reggie ci troviamo di fronte a una reazione non soltanto a una singola separazione temporanea, ma a prolungate e ripetute separazioni, ciascuna delle quali equivale a una vera e propria perdita. Sembra plausibile e provato, secondo Bowlby, ritenere quindi che dopo una perdita si ha un’insorgenza di collera, non soltanto nei bambini, ma anche negli adulti e questa collera ha una sua funzione biologica. Bowlby propone una spiegazione etologica in cui nei casi in cui la separazione è solo temporanea, come accade nella maggioranza dei casi, l’ira ha le due seguenti funzioni: – quella di contribuire a superare gli ostacoli che possono esservi al ricongiungimento – quella di scoraggiare la persona amata dall’andarsene un’altra volta. Quando invece la perdita è permanente, come accade dopo un lutto, l’ira e il comportamento aggressivo sono necessariamente privi di funzionalità. La ragione per cui si verificano ugualmente così spesso, anche dopo una morte, è che, durante le primissime fasi del lutto, la persona colpita di solito non crede che la perdita sia veramente permanente; pertanto essa seguita ad agire come se fosse ancora possibile non solo ritrovare e recuperare la persona perduta, ma anche rimproverarla per il suo modo di agire. Infatti la persona perduta non di rado viene considerata almeno in parte responsabile di quanto è accaduto, cioè di essersene andata. Di conseguenza, la collera finisce per essere diretta contro la persona perduta, con altrettanta naturalezza di quella che viene diretta contro chiunque si pensi abbia avuto una parte nella perdita o abbia ostacolato in un modo o nell’altro il ricongiungimento. Parkes (Parkes 1971), nella sua ricerca sulle reazioni delle vedove alla perdita del marito, trova che la collera è comune, anche se non a tutte. Anch’egli la considera come parte dei tentativi del superstite per recuperare la persona perduta. Così, sia quando una separazione è verificata come temporanea, sia quando una separazione in corso è ritenuta solo temporanea, la collera verso la figura assente è cosa comune. La collera viene espressa come comportamento di rimprovero e di punizione, che si propone di favorire il ricongiungimento e di scoraggiare un’altra separazione. Pertanto, anche se viene espressa nei riguardi del partner, questa collera agisce nel senso d’incrementare il legame e non già di spezzarlo. Lo si può osservare in una madre che, quando suo figlio ha commesso l’imprudenza di attraversare la strada di corsa, lo rimprovera e lo punisce con la collera nata dalla paura. Lo si osserva tutte le volte che il partner sessuale rimprovera l’altro perché gli è infedele, o tale gli sembra. E ancora, lo si trova in certe famiglie quando un membro si adira tutte le volte che i suoi tentativi d’approccio a un altro membro vengono accolti da un silenzio indifferente. Questo tipo di collera si ritrova anche nei primati non umani. Per esempio, un babbuino maschio capogruppo, quando vede un predatore si comporta in modo aggressivo verso qualsiasi membro del proprio gruppo che si allontana per conto suo e che può trovarsi in pericolo; in quest’ultimo, spaventato, nasce il comportamento di attaccamento, cosicché esso si accosta rapidamente al maschio capo, raggiungendo in tal modo la protezione dovuta alla prossimità. L’esperienza clinica induce a ritenere che le separazioni, specialmente quando prolungate o ripetute, hanno un doppio effetto: da una parte suscitano la collera; dall’altra attenuano l’amore. Così non solo il comportamento iroso d’insoddisfazione può alienare la figura di attaccamento, ma può anche verificarsi un cambiamento nell’equilibrio affettivo della persona che ha un attaccamento verso l’altra. Invece di un affetto dalle solide radici che talvolta s’intreccia con un «cocente dolore», come si forma in un bambino allevato da genitori affettuosi, nasce un risentimento radicato nel profondo, tenuto sotto controllo solo parzialmente da un incerto affetto ansioso. Appare probabile che le reazioni più violentemente irose siano quelle suscitate in bambini e adolescenti che non solo hanno sperimentato separazioni ripetute, ma sono anche costantemente soggetti alla minaccia di venire abbandonati. Una conclusione analoga venne raggiunta alcuni anni fa da Stott (Stott 1950), uno psicologo inglese che visse per quattro anni in una scuola correzionale studiando la personalità e il contesto familiare di centodue giovani di età compresa tra i quindici e i diciotto anni, che vi erano stati mandati a causa di reati ripetuti. L’informazione raccolta da Stott proveniva da lunghi colloqui con i ragazzi stessi e con i loro genitori, e anche da molti contatti informali con i ragazzi durante il loro soggiorno nella scuola. Egli osservò che i ragazzi erano profondamente insicuri e che in molti casi sembrava che i loro reati fossero stati delle bravate. Come accade solitamente in questo tipo di ricerche, si notò che erano comuni gli atteggiamenti ostili dei genitori e la rottura dei rapporti, e Stott ritenne che spiegassero in gran parte il senso d’insicurezza dei ragazzi. Nonostante questo, ciò che impressionò Stott più di ogni altra cosa fu scoprire che in molti casi la madre, e in alcuni altri il padre, avevano usato come mezzo disciplinare la minaccia di abbandonare il figlio, e che questo fatto aveva reso i ragazzi intensamente ansiosi e collerici. Stott richiama l’attenzione sulla combinazione d’intensa angoscia e intenso conflitto suscitata inevitabilmente da minacce di questo tipo. Infatti, mentre da una parte il bambino diventa furibondo per la minaccia di andarsene di un genitore, dall’altra egli non osa esprimere la sua collera per paura d’indurre il genitore ad andarsene davvero. Questa è una delle ragioni principali, a detta di Stott, per cui in casi del genere l’ira verso un genitore viene di solito rimossa e poi diretta verso obiettivi diversi. Kestenberg descrive una ragazza di tredici anni che era stata abbandonata dai genitori e di cui si erano prese cura moltissime persone una dopo l’altra. Essa non aveva fiducia in nessuno, e reagiva a ogni delusione con un’azione vendicativa. Durante il trattamento, questa ragazza immaginò di esser diventata adulta e di esser quindi capace di vendicarsi di sua madre uccidendola. Secondo lo schema qui proposto, sia un periodo di separazione sia minacce di separazione e altre forme di rifiuto vengono considerati atti a suscitare in un bambino o in un adulto un comportamento ansioso e collerico, entrambi diretti verso una figura di attaccamento: l’attaccamento ansioso ha lo scopo di conservare il massimo dell’accessibilità alla figura di attaccamento; la collera è tanto un rimprovero per quello che è accaduto quanto un deterrente per evitare che l’accaduto si ripeta. Così succede che amore, angoscia e collera – talora odio – vengano suscitati da una stessa persona. Ne conseguono inevitabilmente dolorosi conflitti. Non vi è da sorprendersi che un unico tipo di esperienza possa suscitare tanto angoscia quanto ira. Gli studiosi del comportamento animale hanno osservato che in certe situazioni può essere suscitata l’una o l’altra forma di comportamento, e che il fatto che un animale reagisca con l’attacco o con la fuga, o con una combinazione di queste due componenti, dipende da un certo numero di fattori che hanno come effetto quello di far pendere la bilancia da una parte o dall’altra. Un bambino che a un dato momento è furiosamente arrabbiato con uno dei genitori può benissimo il momento dopo cercar sicurezza e conforto da quello stesso genitore. Una successione analoga si può osservare nei litigi tra innamorati. Gli psicoanalisti si sono a lungo interessati in modo particolare delle relazioni reciproche tra amore, paura e odio, perché nel lavoro clinico è cosa comune trovare pazienti i cui problemi emotivi sembrano provenire da una tendenza a reagire verso la loro figura di attaccamento con una tumultuosa combinazione di tre elementi: intensa possessività, intensa angoscia e intensa ira. Non di rado ne nascono dei circoli viziosi. Un episodio di separazione o di rifiuto suscita l’ostilità di una persona e induce a pensieri e ad atti ostili; d’altra parte pensieri e atti ostili diretti verso la propria figura di attaccamento accrescono fortemente la paura d’essere ulteriormente rifiutati o addirittura di perdere del tutto la figura amata. Istinti e piani complessi. Bowlby propone un’interessante prospettiva per spiegare le pulsioni e le paure profonde degli esseri umani: una teoria degli istinti. Matura questa convinzione attraverso osservazioni etologiche, che secondo lui mostrano come l’essere umano sia stimolato dagli istinti nei suoi comportamenti tesi alla sopravvivenza e alla riproduzione. Ma la loro influenza non si presenta in maniera costante, ma solo in alcuni periodi di tempo che determinano con maggiore forza lo sviluppo futuro dell’individuo e questo avviene soprattutto nei primi 3 anni di vita dell’individuo e successivamente nella sua fase di sviluppo ormonale verso l’adolescenza (altri casi si possono presentare in periodi di forte stress, ma sono risposte a comportamenti già appresi). Durante l’infanzia e la fanciullezza gli esseri umani sono incapaci di strutturare il loro comportamento se non secondo un piano semplicissimo, nell’adolescenza e nell’età adulta il comportamento è di solito strutturato in base a piani gerarchici assai complessi. Naturalmente questo enorme sviluppo nella complessità dell’organizzazione comportamentale attivata è reso possibile dall’aumentata capacità dell’essere umano, man mano che cresce, di servirsi dei simboli, e specialmente del linguaggio. Poiché nel corso dello sviluppo umano il comportamento attivato per svolgere una funzione passa, nella sua organizzazione, da una modalità semplice e stereotipata a una modalità complessa e variabile, si è soliti dire che gli esseri umani non manifestano un comportamento istintivo. Si potrebbe invece dire che i sistemi responsabili del comportamento istintivo di solito vengono incorporati in sistemi assai complessi, in modo che non si possono più riscontrare i modelli tipici e riconoscibili che di solito si attribuiscono al comportamento istintivo, tranne quando si è sul punto di raggiungere uno scopo stabilito. Il fatto che nel corso dello sviluppo individuale il controllo del comportamento passi da sistemi più semplici a sistemi più complessi dipende certamente in gran parte dallo sviluppo del sistema nervoso centrale. Il confronto operato da Bronson (Bronson 1965) fra quel che sappiamo sulle capacità comportamentali di diverse parti del cervello umano, e sul loro stato di sviluppo nei primi anni di vita, e quel che sappiamo sulla crescente complessità dei sistemi comportamentali operanti in ogni fase successiva, fa pensare che nel corso dello sviluppo umano la struttura del cervello e la struttura del comportamento procedano di pari passo. Nel primo mese di vita la neocorteccia del bambino è poco sviluppata, e perciò il comportamento si mantiene al livello di movimenti riflessi. Durante il terzo mese probabilmente diventano funzionanti certe parti della neocorteccia, e allora compaiono reazioni sensibili alla configurazione, che per brevi periodi possono anche essere differite. Per esempio un bambino di tre mesi può restare tranquillo in attesa mentre la madre si prepara a nutrirlo, cosa che non fa un neonato di poche settimane. Ma nei primi due anni di vita losviluppo delle zone di elaborazione della neocorteccia è assai inferiore a quello delle zone di proiezione primaria e, conformemente a questa differenza, i processi cognitivi e i piani non procedono oltre un livello relativamente primitivo. Anche verso i due anni i lobi prefrontali sono ancora assai poco sviluppati: sembra che queste parti del cervello siano necessarie perché il soggetto possa inibire la reazione immediata, in modo da portare a compimento un piano di azione, in dipendenza da fattori non presenti nell’ambiente immediato. Coerentemente, si riscontra che solo verso la fine dell’età prescolare la maggior parte dei bambini sono in grado di operare una scelta che tenga decisamente conto dei fattori non immediatamente presenti nell’ambiente attuale. Sembra dunque chiaro che, per diversi anni dell’infanzia, la complessità dei sistemi comportamentali passibili di sviluppo è strettamente vincolata allo stato di sviluppo del cervello. Senza la necessaria dotazione neurale, la dotazione comportamentale non può essere elaborata; e finché non viene elaborata, il comportamento rimane più aderente al principio di piacere che al principio di realtà.

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