La Rabbia in Analisi Transazionale

Si mostra un caso clinico di Novellino M., in cui lo psicoterapeuta guida la paziente in un percorso a ritroso alla scoperta della sua rabbia originaria.
Novembre 2006 Alessandro Geloso Counselor ad indirizzo Analitico Transazionale

La storia clinica di P.
P. è una donna di mezza età, esercita una professione sanitaria, e arriva in consultazione da me dopo diversi tentativi falliti di terapia, sia farmacologica che psicoterapeutica. Ella soffre di crisi depressive ricorrenti, di seri disturbi nella vita sessuale (vaginismo e anorgasmia), non è riuscita mai a costruirsi una vita affettiva duratura, ha avuto diverse somatizzazioni a livello gastrico e cardiaco. Durante gli anni dell’università ha messo in atto un serio tentativo di suicidio. Al momento della prima consultazione vive sola, si sente terribilmente frustrata per non essere riuscita a costruirsi una famiglia, sente il suo ambiente sociale freddo e ostile.
Nel suo quadro psicopatologico, sono fondamentali due nuclei di contaminazione:
a) contaminazione G/A : non fidarti degli estranei (soprattutto degli uomini)
b) contaminazione B/A: non mi legherò mai a nessuno (come a mia madre)

Nella sua anamnesi l’evento di protocollo è costituito dall’abbandono della madre da parte del padre quando lei aveva due anni. La figura del padre è stata sempre filtrata dal rancore che la madre ha mantenuto nei suoi confronti per tutta la vita. Nella diagnosi analitico-transazionale di P., possiamo usare i capitoli classici della teoria berniana.
I suoi stati dell’Io sono rinvenibili nei quattro modi classici della diagnosi comportamentale, sociale, storica e fenomenologica. Ella energizza, insieme a un Adulto molto efficiente sul lavoro, un Genitore molto critico, sia verso se stessa che verso gli altri, e un Bambino molto spaventato dalle situazioni di novità e dall’interesse che gli altri possono avere verso di lei.
Il suo copione presenta le caratteristiche, indicate da Berne, di una nevrosi di transfert, in quanto compulsivamente P. continua a proiettare sugli uomini il rancore di ricatto appreso dalla madre. Come quest’ultima, P. tiene lontana gli uomini ed evita di cercare il piacere e le carezze positive nella vita.
I giochi psicologici riflettono e producono questa coazione a ripetere, prima di tutto “Difetto” e “Ti ho beccato, figlio di puttana!”.Questi stessi giochi sono stati giocati con i terapeuti precedenti, se donne in quanto non erano mai all’altezza della madre, se uomini in quanto deludenti come il padre. Come si può facilmente comprendere, l’approccio nei miei confronti non può che ripetere i suddetti schemi.
A questo punto vediamo come i concetti di impasse transferale e di comunicazione inconscia possono completare una analisi berniana del caso di P., rimanendo all’interno di un quadro rigoroso di analisi transazionale. Vediamo prima di tutto come possiamo utilizzare il concetto di impasse transferale.
P. presenta i tre tipi classici di impasse descritti dai Goulding e da Mellor.
1. l’impasse di terzo tipo si fissa a due anni, quando in seguito all’abbandono del marito la madre soffre di una profonda depressione, con conseguente ingiunzione non esistere (non contare sui legami),
2. l’impasse di secondo tipo si fissa durante la fase edipica di sviluppo, allorchè, a causa dell’assenza del padre, che viene inoltre estremamente svalutato dalla madre, P. vive un’ingiunzione di non essere importante (come femmina),
3. durante la fase di sviluppo tra i sei e i quindici anni, si fissa l’impasse di primo tipo attraverso le richieste materne di essere “la prima della classe” e di “farsi trovare sempre in ordine”, con una conseguente contro ingiunzione di essere perfetta (così non avrai bisogno di nessuno).
Queste tre impasse, oltre che a portare alle due contaminazioni suddescritte, evocano le diverse reazioni transferali che si sviluppano nella relazione terapeutica. Durante tutta la terapia il rapporto di P. con me è caratterizzato dai seguenti fenomeni. Prima di tutto P. cerca di essere “perfetta” non appena mi attribuisce aspettative nei suoi confronti: ad esempio, essendo io un analista transazionale corre a leggere attentamente i testi di analisi transazionale. D’altro canto, cercando lei di essere perfetta, si aspetta che lo sia anch’io, per cui reagisce con rabbia e frustrazione a ogni mio “errore”, magari anche avere iniziato una seduta con due minuti di ritardo: i giochi di “Difetto” e di “ T’ho beccato, figlio di puttana!” caratterizzano tutta la prima fase di terapia, e si ripetono durante le fasi critiche.
D’altro canto, passando ai livelli più profondi del comportamento di P., ben presto io e la paziente ci rendiamo conto delle paure che lo motivano.
Ella non deve stabilire un legame profondo con me: rischierebbe, nel suo vissuto, purtroppo rinforzato dai precedenti fallimenti terapeutici, sia di essere abbandonata come persona, che di non ricevere importanza come donna.
In altre parole P. teme che le si ripeta il dramma transferale nei confronti della figura paterna, già vissuto da bambina sia direttamente, che tramite l’esperienza della madre. Allora lei fa di tutto per tenermi a distanza per non rischiare un legame che potrebbe poi perdere.
Ciononostante, P. ha un bisogno disperato di aiuto e di ascolto, e del resto aver continuato per anni a cercare sostegno terapeutico ne fornisce una testimonianza.
A questo punto possiamo introdurre il concetto di comunicazione inconscia.
In che modo P. può comunicarmi il suo bisogno naturale di protezione e di fiducia?
Lei non può coscientemente e volontariamente contraddire circa quarant’anni di ripetizione di un copione nel quale non ci deve essere posto per legami significativi extra-familiari. Tuttavia, fin dalle prime sedute P. fa dei “discorsi” che hanno tutte le caratteristiche di quella che ho definito, applicando le teorie di Langs in analisi transazionale, comunicazione inconscia. Ad esempio mi parla spesso di come una sua sorella educhi in modo troppo ossessivo la figlia di pochi anni, e di come sia irritata del fatto che la sorella non comprenda che, dietro i “capricci” e le “bizze” della bambina si nasconda un grande bisogno di ascolto e di attenzione.
In termini di comunicazione inconscia, P. mi trasmette il messaggio di andare al di là dei suoi perfezionismi e delle sue “beccate”: ella vuole profondamente il mio ascolto e la mia attenzione.
La storia di P. non è dimostrativa, come tutti i singoli casi di psicoterapia, di una coerenza teorica o di una efficacia clinica, eppure ha un alto valore esemplificativo di quanto affermo in questo articolo. L’analisi transazionale si rivela una teoria con profonde basi psicodinamiche e, nel pieno rispetto delle sue radici berniane, diventa una lettura coerente del comportamento umano per come si dispiega nella relazione terapeutica se mantiene una adesione ai fenomeni transferali.
Lavorare in un setting individuale rimanendo analisti transazionali, significa primariamente definire i parametri secondo i quali si possa realizzare efficacemente una analisi del copione. In un setting di gruppo, l’analisi del copione psicologico del paziente viene realizzata tramite l’analisi delle transazioni e dei giochi psicologici che quest’ultimo esprime con gli altri membri del gruppo, portando a quella che Berne chiama la analisi della group imago (1966).
Il copione psicologico è visto da Berne come un equivalente della nevrosi di transfert, quindi come il realizzarsi nel qui-e-ora delle esperienze infantili non risolte. In un setting individuale dovremo ricercare le condizioni adatte a facilitare l’emergere e il riconoscimento di tali esperienze infantili, ossia del tranfert. Allora il setting, così come nella psicoanalisi e nella psicoterapia a orientamento psicoanalitico, assume un valore essenziale per permettere l’esplicitazione dei fenomeni transferali e la loro analisi. Ponendo un esempio classico, il modo con cui il paziente partecipa emotivamente alla frequenza degli appuntamenti è rivelatore. Ad esempio un paziente di tipo borderline esprimerà la sua rabbia verso il terapeuta mancando alle sedute, oppure pretendendo di recuperare il tempo dei suoi ritardi. Un paziente fobico chiederà spesso di rendere meno frequenti gli incontri nelle fasi critiche del rapporto. Possiamo affermare che in un contesto analitico-transazionale individuale, il setting costituisce il parametro primario per un’analisi del copione, in quanto permette l’individuazione delle manovre attraverso le quali il paziente tenta, inconsciamente, di ricreare con il terapeuta le condizioni che lo avevano portato alle proprie impasse e alle conseguenti decisioni di copione. Allo stesso modo, il controtransfert del terapeuta diventa uno strumento ineliminabile per seguire le vicissitudini emotive del paziente (Novellino, 1984 ).
I fenomeni dell’identificazione concordante e complementare aiutano il terapeuta a intuire quanto accade nell’inconscio del paziente. Transfert e controtransfert non sono solamente concetti interessanti, ma colonne portanti del lavoro analitico transazionale.
Attraverso l’analisi dei fenomeni transferali e controtransferali, l’analista transazionale potrà cogliere l’esternarsi del copione come nevrosi di transfert nella relazione terapeutica. Le contaminazioni del paziente vengono proiettate sul terapeuta, che dovrà riconoscerle, aiutando l’Adulto del paziente a diventarne consapevole (decontaminazione), e il Bambino a ridecidere nuove opzioni (deconfusione).
L’insieme della metodologia così descritta prende il nome di analisi ridecisionale del transfert (Novellino, 1985, 1987). Tutto questo significa approfondire il livello inconscio della relazione terapeutica, con una particolare attenzione ai sogni e alla comunicazione inconscia.
L’analista transazionale utilizzerà come operazione terapeutica centrale l’interpretazione, come del resto descritto da Berne (1966). Interpretare, nel senso psicoanalitico corretto, non significa beninteso sostituirsi all’Adulto del paziente, quanto guidare quest’ultimo verso l’insight su come ripete nel presente le proprie decisioni di copione.
Vediamo come questi concetti hanno favorito la psicoterapia con P.

La psico-analisi transazionale di P.
Mi limiterò a descrivere quanto emerso nella terapia di P., che possa aiutare a collocare concretamente i principi di metodologia che ho esposto in precedenza.
L’analisi della comunicazione inconscia ha portato, prima di tutto, a esplicitare il bisogno sottostante di P. di essere trattata con attenzione al di là delle sue manovre perfezioniste e “beccatorie”. Il controtransfert è stato essenziale. La consapevolezza dell’irritazione che provocava il perfezionismo della paziente, discusso ed elaborato insieme a quest’ultima, ha portato a ricostruire la rabbia con la quale la madre rispondeva alle sue richieste di ascolto. In particolare la madre la “gelava” allorché lei esprimeva, anche larvatamente, sentimenti positivi verso il padre. Lei aveva allora imparato a fare come la madre, ossia a tenere lontani gli uomini, e i suoi sentimenti positivi verso di essi, cogliendone i difetti.
Nessuno di loro era mai all’altezza, per cui faceva in modo di esasperarli e rimanere sola (come la madre). Una volta stabilita un’alleanza, abbiamo per stadi potuto ricostruire i diversi tipi di impasse più profondi, ossia di secondo e terzo tipo. P. era terrorizzata all’idea di stabilire un legame profondo: sarebbe stata tradita e abbandonata, ma, soprattutto, avrebbe tradito le aspettative della madre di rimanere sola come lei.
La relazione con me ha costituito una sorta di setting psicodrammatico, entro il quale P. ha rivissuto sia la rabbia verso il padre che l’aveva abbandonata “nelle grinfie” della madre, che il bisogno disperato di fidarsi di qualcuno che non fosse la madre.
Abbiamo interpretato i giochi psicologici atti a tenere lontani gli uomini e a confermarsi nel suo copione di insoddisfazione e solitudine. Dopo diversi lavori anche di tipo emotivo, P. è arrivata a maturare la ridecisione più importante: io non sono mia madre!
Quindi ella ha potuto distaccarsi dalle ingiunzioni che l’avevano condotta a respingere gli uomini e il loro affetto. P. si è sposata con grande gioia, e ha sviluppato una rete di amicizie fortemente alternative alla famiglia di origine, alla quale era sempre stata legata simbioticamente.

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